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di opossum3e

 

Riportiamo qui sotto un articolo pubblicato nel numero di maggio di “Le Monde Diplomatique”, che, giustamente, ha prodotto un dossier sul reddito di base. Nel momento in cui la crisi si approfondisce e, a sei anni dall’inizio del crack finanziario mondiale, investe l’Europa, il Maghreb, il Medio Oriente, è sempre più urgente mettere all’ordine del giorno della pubblica agenda la questione del reddito, unica misura di politica economica in grado di rovesciare gli effetti di crisi che il capitale-denaro ha prodotto al suo interno, con la speculazione.

Un reddito garantito, universale, incondizionato, muterebbe in breve tempo il ricatto del debito e l’intero processo di accumulazione di ricchezza privata che alimenta il circuito perverso del capitale finanziario sarebbe via via sostituìto da una molteplicità di investimenti – che non avrebbero più gli Stati nazionali come garanti di ultima istanza presso l’Europa, banchiera dell’austerità.

Da anni ormai, movimenti, associazioni, precari e lavoratori poveri, licenziati, flessibilizzati, ma anche economisti non asserviti ai diktat di un liberismo sempre più sfasciato e predatorio, propongano e rivendicano un diverso modello di sviluppo, basato sull’autorganizzazione delle comunità, delle città, delle regioni e su istituzioni del comune che si lascino dietro sia la fascinazione novecentesca della sfera pubblica sia le brutali imposizioni del privato sulla vita.

Ma a questa ipotesi umana e politica di nuova collettività, non vincolata al regime proprietario, il capitalismo risponde con la sistematica rapina di risorse sociale e di intelletto generale, cioè delle specifiche facoltà umane, desertificando, inquinando, rendendo vano quello stesso lavoro che i sistemi di welfare nello scorso secolo avevano messo al centro del progetto di società giuste.

Oggi questo orizzonte, compresa la sua difesa da parte di partiti corrotti e da sindacati che hanno avuto il comando sul lavoro, si dissolve provocando macerie. Al suo posto vige il ricatto continuo di un salario miserabile, per chi ancora può usufruirne, e l’insopportabile e geralizzata condizione di insolvenza che riduce persino le ipotesi più radicali di giustizia sociale a strumento di accumulazione di rendita.

Un redidito incondizionato, sganciato dalla prestazione lavorativa, come da qualsiasi valutazione “morale” sull’operosità dei cittadini si impone oggi con tutta la forza con cui la crisi si abbatte sulle esistenze di chi non può sopportare che la vita degna si sia trasformata in sopravvivenza indegna, che la politica dei governi di larghe intese, o di grande coalizione coltiva, come alternativa al lavoro inesistente e alla distruzione dello stato sociale.

Un reddito incondizionato toglierebbe milioni di giovani e non dal ricatto del lavoro e dalla greppia in cui i sindacati, tranne che in alcuni settori “del mondo del lavoro” hanno costretto l’intera forma lavorativa della subordinazione. Non a caso in Italia solo il sindacato rappresentativo degli operai meccanici ha deciso di proporre il reddito garantito quale misura universale di protezione sociale dell’insieme delle attuali generazioni. Per il resto, invece di garantire la precarietà (soprattutto giovanile, soprattutto tecnico-intellettuale) si attuano riforme del mercato del lavoro che approfondiscono la povertà rendendola strutturale, costante, esistenziale.

In questo scenario catastrofico, laddove registriamo il fallimento del capitalismo e l’insorgenza di una voglia di comune che rompa finalmente la serie infinita di compatibilità che arricchisce l’1% della popolazione mondiale, devastando il pianeta che appartiene al 99%, dobbiamo anche registrare la crisi complessiva delle soggettività politiche che si sono configurate agli inizi degli anni 2000 con i movimenti altermondialisti.

Ciò è accaduto per diverse ragioni, sintetizzabili nel mutamento di orizzonte della globalizzazione neoliberale, che fino ad un certo momento ha disposto lo scenario dell’ arricchimento generalizzato, cui sarebbero state destinate le future generazioni; mentre oggi, nell’indistinzione di ragioni dello Stato, del capitale e della politica, presenta la faccia devastata e devastante dell’appropriazione di ricchezza sociale, in tutte le forme in cui si produce, nell’accesso ai saperi, nella subordinazione femminile, nella valorizzazione dell’intelletto, nell’immiserimento di qualsiasi funzione e mansione lavorativa.

Per questo è necessaria una importante impresa teorica, cioè ricostruire una teoria critica in cui siano messe a tema le questioni dell’autonomia dei soggetti, nel ripensamento radicale delle pratiche, ma soprattutto nella ricostituzione di un orizzonte in cui i conflitti che in questi anni, nei territori, nelle Università, per l’ambiente e contro qualsiasi forma di precarietà, non vengano dispersi.

Per far ciò una vasta impresa teorica dev’essere intrapresa, impresa che deve avere luoghi e tempi non sollecitati in prima istanza dalle scadenze di un’attivismo che riduce il respiro del pensiero a prassi autoreferenziale – producendo d’altra parte il contrario della soggettivazione.

Cominciare riaprendo un dibattito pubblico sul reddito può essere utile per produrre teoria senza perdere un patrimonio ormai cospicuo di analisi e riflessioni che hanno caratterizzato la vicenda dei conflitti sociali in questi anni.

 

Per questo il Laboratorio Filosofico SofiaRoney.org è aperto a qualsiasi contributo alla discussione sul tema, per costruire un’ontologia del presente senza cui alcun futuro è possibile.

Intersezioni - Del comune

di Mona Chollet

da “Le Monde Diplomatique”, maggio 2013

Si lavora e, in cambio, si ricevono soldi. Questa logica è così ben impressa nella mente, che la prospetti- va di garantire un reddito di base incondizionato, cioè di versare a ciascuno una somma mensile sufficiente a permettergli di vivere, indipendentemente dall’attività lavorati- va, sembra un’aberrazione. Siamo ancora convinti di dover strappare a una natura arida e ingrata i mezzi per la sussistenza individuale; ma la realtà è ben diversa.

Borse di studio, congedi parentali, pensioni, assegni famigliari, indennità di disoccupazione, minimi sociali e il regime francese dei lavoratori dello spettacolo con contratto a termine, sono tutte prestazioni che hanno in comune la caratteristica di separare il reddito dal lavoro. Per quanto insufficienti e criticabili possano essere, tutti questi dispositivi dimostrano che il reddito garantito è un’utopia «già realizzata». In Germania, solo il 41% del reddito della popolazione proviene direttamente dal salario, ci dicono Daniel Häni e Enno Schmidt nel loro film Le Revenu de base (Reddito di cittadinanza minimo) (2008) (1). In Francia, nel 2005, il reddito dipendeva al 30% dalla redistribuzione (assegni vari): «Malgrado i discorsi ideologici, malgrado la liquidazio- ne dello stato assistenziale denigrato dai neoliberisti, la quota-parte dei prelievi obbligatori è aumentata inesorabilmente con la presidenza di Mitterrand, Chirac e Sarkozy (2)E non sarebbe troppo difficile avanzare ancora un po’ per fare in modo che tutti siano al riparo dal bisogno

Per cominciare, si risparmierebbero le somme destinate a perseguire l’obiettivo ufficiale del pieno impiego, dato che la prima conseguenza del reddito di base sarebbe quella di eliminare la disoccupazione in quanto problema – sia come questione sociale che come fonte di angoscia individuale. Più niente giustificherebbe gli incentivi elargiti alle imprese per incitarle ad assumere. Ricordiamo che le politiche di esenzione o di riduzione dei contributi sociali destinate a questo scopo sono passate da 1,9 miliardi di euro nel 1992 a 30,7 miliardi nel 2008 (3). O ancora, che nel 1989 il gruppo sudcoreano Daewoo ha ricevuto 35 milioni di euro per costruire in Lorena tre fabbriche, che ha poi chiuso nel 2002, lasciando mille persone sul lastrico... D’altra parte, essendo il reddito garantito universale e incondizionato – viene versato a tutti, poveri e ricchi, ma questi ultimi lo rimborsano attraverso le tasse –, si realizzerebbe un’ulteriore economia con la soppressione di tutto il lavoro amministrativo legato al controllo dei beneficiari dell’aiuto sociale, controllo del resto discutibile per il suo carattere umiliante, intrusivo e moralistico (4).

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Intersezioni - Del comune

In questo mini-dossier tentiamo, con la lettura di due libri scritti dall'interno dei movimenti di rivolta e resistenza, il NoTav e i soggetti sociali antiausterity che hanno attraversato L'Europa, il Mediterraneo e Gli Stati Uniti nel biennio 2011-12, di restituire un'ontologia del presente. Indagando le genalogie dei movimenti non lasciamo che eventi di ribellione e pratiche di conflitto e di anatgonismo svaniscano nella tenue luce della temporalità economico-mercantile che un capitalismo in crisi getta sulla prassi umana.

Già l'opera di scrittura segna una distanza tra ciò che è stato e un presente per sua natura indescrivibile. Ma oggi questa distanza risulta raddoppiata dalla crisi delle soggettività per le quali austerità e difesa del territorio, costituzione del comune e condivisione dei saperi hanno costituito la migliore e più intensa risposta alla devastazione prodotta dal neoliberismo in fase terminale. Ciò non signfica che il capitalismo è morto. E se non lo è, anche i movimenti in qualsiasi momento possono varcare la porta stretta in cui la storia incunea ribelli e fuggitivi. Bisogna dunque "cominciare da capo, cominciare dal poco, cominciare dal nuovo", come Walter Benjamin scriveva più di 80 anni fa, cioè nel nostro presente.

 

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Dossier XII. pdf

genealogie - Archeologia del sapere

Intersezioni - Del comune

di Flavio Canuzzi

Uno degli esempi più significativi, produttivi e costruttivi, nel lungo sviluppo di un’esperienza cooperativa,  si è consolidato nel movimento No Tav. Un movimento, democratico, anti-partitocratico, anti-istituzionale, su cui si fonda un diverso sistema di motivazioni, visioni, idee, saperi, culture, che confluiscono nella costruzione e ridefinizione di soggettività.

Organizzazione, autoformazione, conoscenza, strumenti fondamentali che costituiscono risorse attive per un agire politico alternativo.

La battaglia nella tutela dei diritti e del territorio si sviluppa attraverso un processo di soggettivazione e socializzazione in cui la grande cooperazione di massa è finalizzata alla lotta; la quale, da oltre un decennio, ha fisiologicamente prodotto  fenomeni di comunità culturale anche e soprattutto praticando straordinarie forme di socialità.

La militanza del movimento No Tav , dunque , non si impegna soltanto nella riappropriazione di tempi, spazi, forme del vivere quotidiano, tutela del territorio, ma anche e soprattutto nella costruzione di dispositivi di micro-potere, autonomi e configurati nell’ottica della protezione di un territorio che la speculazione tenta di devastare. Cosi il contropotere nega e sottrae spazi e leggittimità al potere istituzionale, contrastando i processi di espropriazione del sapere trasversale dei nostri tempi.

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genealogie - Archeologia del sapere

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